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La minaccia degli Organismi Geneticamente Modificati (OGM) |
Le grandi industrie del settore, prima fra tutte la
Monsanto, non cercano più di provare che i loro prodotti non presentino
pericoli (come ad esempio il fatto accertato di contenere sostanze insetticide,
o pesticidi, e quindi cancerogene per l'uomo), ma li pubblicizzano come
soluzione ai problemi di malnutrizione e di salute pubblica del terzo mondo e,
soprattutto, come soluzione di ricambio per un pericolo sicuramente reale, e cioè…..
i pesticidi stessi. Sperano così di «conquistare» i diffidenti, grazie a
campagne pubblicitarie elaborate minuziosamente e finanziate in modo massiccio
Articolo di AGNÈS
SINAI - Ricercatrice.
Stato di allerta alla Monsanto: dopo lo scandalo
Terminator, prima pianta assassina nella storia dell'agricoltura (1), l'azienda
si dibatte tra politica difensiva e aggressività strategica. I problemi erano
iniziati con l'acquisto, per la somma di 1,8 miliardi di dollari, dell'impresa
Delta & Pine Land. La Monsanto entrava così in possesso di un brevetto che,
grazie ad una tecnica di ingegneria genetica, permetteva di «bloccare» i semi
inibendone la ricrescita da un anno all'altro, il che valse a questa tecnica di
sterilizzazione il soprannome di «Terminator» da parte della Rafi (The Rural
Advancement Foundation International).
Di fronte alla levata di scudi provocata a livello
internazionale, il presidente della Monsanto, Bob Shapiro, annunciò il ritiro
del prodotto, prima di dare le dimissioni.
Da allora, la multinazionale ha abbandonato lo slogan
di un tempo - «Cibo, salute, futuro» - e cerca di rifarsi un nome. Produrre
Ogm (si parla pudicamente di biotecnologie) è, infatti, un'impresa ad alto
rischio, sia in termini di immagine che di investimenti. Senza parlare di
possibili incidenti biologici: minacce alla biodiversità e comparsa di insetti
mutanti, resistenti agli insetticidi incorporati nelle piante transgeniche
(2). Negli Stati uniti, l'Agenzia per la protezione
dell'ambiente (Epa) ha già incoraggiato gli agricoltori a destinare almeno il
20% delle loro terre a coltivazioni convenzionali per permettere lo sviluppo di
insetti non resistenti al transgene Bacillus thuringiensis.
Organismi geneticamente «migliorati» Sono rischi
sufficienti a spiegare come mai, nel valzer delle fusioni-acquisti e delle
ristrutturazioni, l'agrochimica, che comprende le biotecnologie vegetali (cioè
gli Ogm), sia sistematicamente isolata dagli altri settori, in modo da
compartimentare il rischio transgenico. È in questa logica che Aventis cerca di
svincolarsi da CropScience, la sua branca agrochimica. L'azienda aveva infatti
commercializzato il mais transgenico Starlink, capace di provocare allergie
nell'uomo.
Benché destinato esclusivamente all'alimentazione
animale, il mais è stato ritrovato in notevoli quantità nelle patatine e nei
corn-flakes dei consumatori americani, come pure nei dolci della ditta Homemade
Baking venduti in Giappone. È sempre in questo contesto che nasce, nell'ottobre
2000, il primo gruppo mondiale di agrochimica, Syngenta, - risultato della
fusione della svizzera Novartis (Azienda ben nota come produttrice di farmaci
per Chemioterapia [nota dell'autore del presente sito] con l'anglo-svedese
Astra-Zeneca (anch'essa azienda ben nota come produttrice di farmaci per
Chemioterapia [nota dell'autore del presente sito]) – che realizzerà un giro
d'affari di circa otto miliardi di euro. Monsanto, dopo la fusione con Pharmacia
& Upjohn, una grande ditta farmaceutica, si occupa ormai solo di
agricoltura, con un giro d'affari che nel 2000 ha raggiunto i 5,49 miliardi di
dollari. Ha ceduto a Pharmacia (azienda ben nota per la produzione di farmaci
per Chemioterapia [nota dell'autore del presente sito]) il suo medicinale di
punta antiartrite, il Celebrex, per specializzarsi nella produzione di prodotti
fitosanitari, di semi agricoli e, in particolare, di semi geneticamente
modificati. Monsanto è ora, a livello mondiale, la seconda casa produttrice di
semi (dopo Pionneer) e di fitosemi dopo Syngenta ed è il numero uno degli
erbicidi grazie al Roundup, l'erbicida più venduto al mondo (il suo giro
d'affari nel 2000 è stato di 2,6 miliardi di dollari, quasi la metà di quello
del gruppo). Il suo obiettivo è quello di fare accettare i prodotti transgenici
convincendo l'opinione pubblica che è meglio nutrirsi con una pianta
transgenica piuttosto che con una irrorata di pesticidi (3). Strategia che si
agghinda di fronzoli filantropici ed ecologici per superare gli ultimi ostacoli.
Senza lesinare in fatto di «etica», Monsanto ha così
adottato, nel gennaio 2001, un nuovo codice comportamentale che contiene cinque
impegni: «dialogo», «trasparenza», «rispetto», «condivisione» e «benefici».
Secondo il direttore generale di Monsanto-Francia,
Jean-Pierre Princen, i consumatori europei - i più restii agli Ogm - devono
capire che un organismo geneticamente modificato non è altro che un organismo
geneticamente migliorato. Da qui la nascita di una nuova Monsanto, indicata
all'interno dell'azienda come «progetto M2»: i suoi semi sono ecologici e
ottimi per la salute. Coloro che ne dubitano sono semplicemente male informati.
Del resto è bene fare tabula rasa del passato: chi ricorda che Monsanto
produceva il defoliante, detto «agente arancio», utilizzato dai bombardieri
americani durante la guerra del Vietnam?
Oggi, le équipe della multinazionale si riuniscono a
Ho-Chi-Minh-City per vendervi i loro erbicidi e per stringere relazioni
privilegiate con i media, gli scienziati e i membri del governo vietnamita.
Dalle Filippine all'Argentina, si vuole disporre di una totale libertà
d'azione: «Free to operate» («carta bianca») nel gergo della casa.
All'esterno, dunque, sarà opportuno mettere in
risalto le qualità ecologiche degli Ogm, di cui il gruppo commercializza due
varietà.
Il primo, il gene Bt, nato dal batterio Bacillus
thuringiensis, diffonde le proprie tossine insetticide, il che permette di
diminuire la vaporizzazione di pesticidi supplementari: un raccolto di cotone
detto «Bt» ne subirà due invece di sei o otto. Seconda varietà: il Roundup
Ready, concepito per resistere all'erbicida Roundup. Così, l'agricoltore compra
in kit sia il seme che l'erbicida! Il Roundup è presentato dalla ditta come un
prodotto biodegradabile, e questo le è valso un processo per pubblicità
menzognera, intentato dalla Direction générale de la concurrence, de la
consommation et de la répression des fraudes (Dgccrf) di Lione (Direzione
generale per la concorrenza, il consumo e la repressione delle frodi).
Rischi di sterilità Negli Stati uniti, l'Epa calcola
tra i 20 e i 24 milioni di chilogrammi il volume annuo di glifosato utilizzato
(4). Il prodotto è presente in modo massiccio soprattutto nella produzione di
soia, grano, fieno, nei pascoli e nelle maggesi. Dal 1998, la sua utilizzazione
è aumentata di quasi il 20% all'anno. Contenuto nel Roundup, è l'erbicida più
venduto al mondo e rende ogni anno alla Monsanto circa 1,5 miliardi di dollari.
Il brevetto è scaduto nel 2000, ma la ditta conserverà una parte del monopolio
grazie alle piante geneticamente modificate, concepite per essere tolleranti al
glifosato. In Bretagna, questo pesticida figura tra gli inquinanti pericolosi e
regolari: nell'ottobre 1999 superava di 172 volte la norma nell'Elorn, che
fornisce acqua potabile ad un terzo del Finistère, «il che prova che la
dichiarata biodegradabilità del Roundup è una impostura» spiega la dottoressa
Lylian Le Goff, membro della missione Biotecnologie dell'associazione France
Nature Environnement (Francia Natura Ambiente).
L'inquinamento da pesticidi del suolo, dell'acqua e
dell'acqua piovana, dell'insieme della catena alimentare e dell'aria è
diventato un serio problema di salute pubblica che l'amministrazione francese ha
tardato a prendere in considerazione. Ne consegue, per la dottoressa Le Goff, «l'assoluta
necessità di applicare il principio di precauzione riconsiderando la
sollecitazione ad utilizzare pesticidi, soprattutto se incoraggiata da una
pubblicità falsa, che vanta l'innocuità e la biodegradabilità dei prodotti a
base di glifosato».
L'ingestione di pesticidi da parte del consumatore
sarebbe nettamente più alta se le piante geneticamente modificate dovessero
diffondersi, visto che queste ne sono impregnate.
Come le diossine, anche i pesticidi - tra cui il
glifosato - non sono biodegradabili nel corpo umano e costituiscono un vero e
proprio inquinamento invisibile (5). Le loro molecole cumulano effetti
allergizzanti, neurotossici, cancerogeni, mutageni e ormonali alterando la
fertilità maschile.
Hanno proprietà simili a quelle degli ormoni
femminili, gli estrogeni: globalmente, queste azioni ormonali sarebbero
responsabili di una diminuzione del 50% del tasso di produzione spermatica
registrato negli ultimi cinquant'anni. Se il declino spermatico dovesse
proseguire, la clonazione si imporrebbe alla specie umana intorno al 2060! Oltre
che biodegradabili, i semi transgenici compatibili con il Roundup sono
presentati dalla Monsanto come «amici del clima» (climate friendly), dato che
il loro impiego permetterebbe agli agricoltori di ridurre, o addirittura
eliminare l'aratura, permettendo lo stoccaggio nella terra di dosi massicce di
gas carbonico e di metano, con la conseguenza di ridurre del 30% le emissioni di
gas carbonico degli Stati uniti.
Resta da spiegare in cosa una coltivazione non transgenica sarebbe meno
efficace... Una sola certezza: i profitti sarebbero minori, in particolare perché
una coltura ordinaria farebbe a meno dell'erbicida Roundup.
L'improvvisa vocazione ecologica della Monsanto e lo
zelo del suo «presidente per lo sviluppo sostenibile», Robert B. Horsch,
convergono con gli interessi di chi vende i diritti ad inquinare, come quei
proprietari terrieri del Montana, già riuniti in una Coalizione per la vendita
di diritti di emissione di gas carbonico (6).
Se la fraseologia ad uso esterno della Nuova Monsanto
è centrata su «tolleranza», «rispetto» e «dialogo», il vocabolario
strategico si fa nettamente più crudo all'interno. La «filosofia»
dell'azienda, come è stata esposta da Ted Crosbie, direttore del programma di
sviluppo vegetale, ad un'assemblea di dirigenti della Monsanto-America latina
nel gennaio 2001, non usa sfumature: «consegniamo insieme il pipeline e il
futuro». Detto più chiaramente, si tratta di inondare di Ogm le superfici
agricole disponibili per occupare terreno - e in modo irreversibile. L'America
latina è, da questo punto di vista, «un ambiente vincente»: Monsanto valuta
che nel solo Brasile restano ancora 100 milioni di ettari di superfici da «sviluppare».
Purtroppo, questo paese continua ad essere restio
agli Ogm, lamentano Nha Hoang e i suoi colleghi del gruppo Monsanto incaricati
della strategia «free to operate» in America latina: «È già il secondo
produttore mondiale di soia transgenica dopo gli Stati uniti, e probabilmente
sarà presto il primo. È la più grande potenza economica dell'America latina,
ma è la sola in cui le coltivazioni transgeniche non hanno ancora ricevuto il
permesso. I giudici hanno ritenuto viziato il processo di autorizzazione della
soia transgenica Roundup Ready, perché non erano stati condotti appropriati
studi d'impatto ambientale; sono arrivati a sostenere che l'attuale agenzia di
regolazione delle biotecnologie sia stata costituita in modo illegale». La
regolarizzazione dello statuto dell'agenzia in questione, CtnBio, attende la
ratifica da parte del Congresso brasiliano... Obiettivo: ottenere il «pipeline»
per la soia transgenica per aprire la strada ad altre autorizzazioni che
consentano di immettere sul mercato: mais Yieldgard, cotone Bollgard e cotone
Roundup Ready nel 2002; mais Roundup Ready nel 2003; soia insetticida Bt nel
2005. Intanto, Monsanto investe 550 milioni di dollari nella costruzione di una
fabbrica che produrrà il suo erbicida Roundup nel nord-est dello Stato di
Bahia.
La strategia della multinazionale è centrata sulla biotech acceptance: fare
accettare gli Ogm dalla società, poi - o in concomitanza - inondare i mercati.
Allo scopo vengono lanciate massicce campagne di aggressione pubblicitaria.
Negli Stati uniti, gli spot televisivi sono comprati direttamente dall'organo di
propaganda delle imprese del settore, il Council for Biotechnology Information.
La Monsanto è cofondatrice di questo organismo, che centralizza le informazioni
relative ai «benefici dei biotech»: «La televisione è uno strumento
importante per fare accettare i biotech. Perciò fate attenzione agli spot
pubblicitari e fateli vedere alla vostra famiglia e agli amici», è l'invito di
Tom Helscher, direttore dei programmi di biotechnology acceptance nella sede di
Monsanto, a Crève-Coeur (Missouri). Soprattutto, si devono rassicurare gli
agricoltori americani
che, spaventati in particolare per i loro mercati esteri, esitano a comprare
semi geneticamente modificati.
Anche se Aventis Crop Science, Basf, Dow Chemical, DuPont, Monsanto, Novartis,
Zeneca Ag Products hanno lanciato massicce campagne di propaganda negli Stati
uniti, esitano ancora a fare altrettanto in Europa... In Gran Bretagna, l'équipe
commerciale della Monsanto si dichiara soddisfatta dei risultati del proprio
programma di «perorazione in favore delle biotecnologie» che permette ai
dipendenti del settore commerciale, dopo una formazione garantita dall'impresa,
di autoproclamarsi «esperti» nella materia ed andare quindi a vantare i meriti
dei prodotti transgenici tra i contadini e nelle scuole. «Non c'è niente di
meglio che un eccesso di comunicazione», sostiene Stephen Wilridge, direttore
della Monsanto-Europa del Nord.
Il sistema scolastico costituisce evidentemente un
elemento strategico nella conquista dell'opinione pubblica. Il programma
Biotechnology Challenge 2000, parzialmente finanziato dalla Monsanto, ha visto
il 33% degli studenti liceali irlandesi produrre ricerche sul ruolo delle
biotecnologie nella produzione alimentare. Mobilitato per distribuire premi e
trofei, il commissario europeo incaricato della protezione della salute dei
consumatori, David Byrne in persona, non ha «alcun dubbio sul fatto che esiste
un legame tra la riluttanza dei consumatori nei confronti delle biotecnologie e
la mancanza di una seria informazione sull'argomento». Per il 2001, il
direttore della Monsanto-Irlanda, Patrick O'Reilly spera in una più ampia
partecipazione, perché «questi studenti sono consumatori consapevoli e
decideranno del futuro».
La multinazionale impara a decodificare, ma anche a
riciclare i messaggi e le attese della società. Da alcuni mesi, Monsanto
oscilla tra velleità di dialogo e rifiuto viscerale nei confronti delle più
importanti organizzazioni non governative che contestano le presunte qualità
degli Ogm.
A cominciare da Greenpeace, definita un «criminale
contro l'umanità» dall'inventore svizzero del riso dorato, Ingo Potrykus, che
lavora alla Syngenta. Il riso dorato è un riso transgenico arricchito di
beta-carotene (vitamina A), dunque un Ogm di seconda generazione, detto «alicament»
per le sue pretese curative, oltre che alimentari.
Primo riso terapeutico nella storia dell'agricoltura,
è molto atteso dalle grandi industrie biotecnologiche: con lui gli ultimi
scettici non avranno più dubbi sul carattere fondamentalmente virtuoso del
progetto Ogm. La vitamina A, integrata per transgenesi, sarà, alla fine, il
promotore morale dell'alimentazione transgenica mondiale: chi si azzarderà
ancora a criticarne i meriti, quando tanti bambini del terzo mondo sono colpiti
da cecità per carenza di beta-carotene ?
Chi oserà più dubitare che la vocazione di fondo
del commercio di semi transgenici sia nutritiva, ecologica ed umanitaria ?
Una contestazione demoniaca Rimane il fatto che
l'efficacia del riso dorato per le popolazioni interessate è poco credibile:
Greenpeace e altri lo dimostrano per assurdo, chiarendo in particolare, con
l'aiuto dei microgrammi, che per ingerire ogni giorno una dose sufficiente di
vitamina A, un bambino del terzo mondo dovrebbe compiere un'impresa eroica:
ingerire 3,7 chilogrammi di riso dorato bollito al giorno, invece di due carote,
un mango e una ciotola di riso. Ed ecco la reazione pubblica di Potrykus,
durante una conferenza stampa a Biodivision, il «Davos» delle biotecnologie,
tenuta a Lione nel febbraio 2001: «Se avete intenzione di distruggere le
coltivazioni sperimentali a scopo umanitario di riso dorato, sarete accusati di
contribuire ad un crimine contro l'umanità. Le vostre azioni saranno
scrupolosamente registrate in tribunale e avrete, spero, modo di rispondere dei
vostri atti illegali e immorali davanti ad una corte internazionale». Criminali
contro l'umanità, dunque, tutti coloro che dubitano e contestano, sono
addirittura definiti «demoni della terra» (Fiends of the Earth), gioco di
parole che richiama sia il nome inglese degli Amici della terra (Friends of the
Earth) che un sito web molto apprezzato dal personale della Monsanto.
Se la contestazione politica è per sua natura «demoniaca»,
il «dialogo» non può proseguire. Eppure, la nuova Monsanto s'impegna, nella
sua carta deontologica, «a instaurare un dialogo permanente con tutti i
soggetti interessati, per comprendere meglio problematiche e preoccupazioni
suscitate dalle biotecnologie».
Dietro questa apparente sollecitudine si mette in
moto una vera e propria strategia commerciale, quella della doppia conformità:
conformità a posteriori, dell'immagine dei prodotti Ogm con le attese dei
consumatori; conformità delle menti, attraverso propaganda pubblicitaria e
comunicazione intensiva. Perché, se il solo e unico scopo della Monsanto è far
passare il suo progetto biopolitico mondiale, la nuova Monsanto ha bisogno di
mostrare un'etica, necessariamente a geometria variabile, visto che è la
multinazionale stessa a dettarne le regole.
A tal fine, la società ha affidato ad una
specialista mondiale delle comunicazioni d'impresa, Wirthlin Worldwide, il
compito di «trovare meccanismi e strumenti che aiutino la Monsanto a persuadere
i consumatori con la ragione e a motivarli con l'emozione».
Questo sondaggio degli atteggiamenti mentali -
battezzato «progetto Vista» - è basato sulla «rilevazione dei sistemi di
valori dei consumatori».
Si tratta, a partire dalla raccolta di dati, di
elaborare «una cartografia a quattro livelli dei modi di pensare (...): i
preconcetti, i fatti, i sentimenti e i valori. Negli Stati uniti, i risultati
dello studio hanno permesso di elaborare messaggi che colpiscono il grande
pubblico, di individuare cioè l'importanza dell'argomento a sostegno dei
biotech: meno pesticidi nei vostri piatti».
In Francia, i dipendenti della Monsanto sono stati
sottoposti a questa indagine durante un colloquio confidenziale ove si presumeva
potessero esprimere liberamente il loro pensiero sulle biotecnologie, «nel bene
o nel male», dato che l'obiettivo era formare dei «portavoce che utilizzeranno
i messaggi studiati per il grande pubblico».
Inquinamento genetico L'accesso al materiale
genetico, e ai mercati, col beneficio di una totale libertà di manovra, è la
duplice priorità definita dal concetto «free to operate». La messa a punto di
un Ogm costa tra i 200 e i 400 milioni di dollari e richiede dai sette ai dieci
anni. Come contropartita per un tale investimento, la multinazionale deve
necessariamente ottenere una rendita, garantita dalla dipendenza rispetto al
brevetto depositato sulla pianta. Per potere riseminare da un anno all'altro,
bisognerà ogni volta pagare royalties all'impresa. Ogni varietà che comporti
un organismo geneticamente modificato sarà protetta dal brevetto, il che
implica, per l'agricoltore, l'acquisto di una licenza.
Il rischio, a (breve) termine, è quello di dare ai
grandi produttori di semi la possibilità di bloccare tutto il sistema,
monopolizzando il patrimonio genetico mondiale e creando una situazione
irreversibile: l'agricoltore non potrebbe più recuperare questo patrimonio per
tornare a selezionare lui stesso.
Questo poteva porre un problema alla Monsanto anche
in base al suo stesso codice comportamentale che l'impegna a «far sì che gli
agricoltori senza risorse del terzo mondo possano beneficiare della conoscenza e
dei vantaggi di tutte le forme di agricoltura, per contribuire a migliorare la
sicurezza alimentare e la protezione dell'ambiente».
Ed ecco allora la generosa concessione al Sudafrica
del brevetto sulla patata dolce transgenica, nella speranza di un più ampio
insediamento sul continente nero. «In Africa, potremmo con pazienza ampliare le
nostre posizioni con lo Yield Gard, e anche con il mais Roundup Ready.
Parallelamente, dovremmo pensare a diminuire o a
eliminare i diritti sulle nostre tecnologie adattate alle culture locali, come
la patata dolce o la manioca».
Strategia a due facce, dove si mostrano intenzioni
generose per prendere piede in mercati poco disponibili, o meno solvibili, ma
potenzialmente dipendenti. Un procedimento simile a quello che ha portato a
impiantare il riso dorato della Syngenta in Thailandia (per metterlo a
disposizione gratuitamente è stato necessario togliere 70 brevetti) o ad usare
la vacca da latte indiana dopata al Polisac della Monsanto (ormone proibito
nell'Unione europea), per arrivare a conquistare mercati locali poco attratti
dalle biotecnologie.
D'altro canto poi, la Monsanto ha recentemente fatto
condannare Percy Schmeiser, agricoltore canadese, ad una multa di circa 22
milioni di lire per «pirateria» di colza transgenica. L'interessato ha
contrattaccato accusando la Monsanto di avere accidentalmente inquinato i suoi
campi di colza tradizionale con colza transgenica tollerante al Roundup.
Ma la giustizia è in grado di stabilire l'origine di
un inquinamento genetico? Questo caso, che rischia di ripresentarsi, mostra la
difficoltà di contenere le disseminazioni accidentali di Ogm.
In Francia, queste sono sottoposte alla legge del
silenzio. Nel marzo del 2000, diversi lotti di semi convenzionali di colza
primaverile della società Advanta, contaminati da semi Ogm di un'altra società,
sono stati seminati in Europa. Le piante sono state distrutte. Nell'agosto 2000,
alcune varietà di colza invernale, controllate dalla Dgccrf, hanno rivelato
contaminazioni da semi Ogm.
Ma nessun Ogm di colza è ancora autorizzato per la
coltivazione o il consumo in Francia.
Già da ora, la tracciabilità mostra le sue crepe. Le contaminazioni fortuite
sono sempre più frequenti.
Un responsabile sanitario della Lombardia ha
recentemente denunciato la presenza di Ogm in lotti di semi di soia e di mais
della Monsanto. Ogm sono stati rilevati in stock di semi di mais depositati a
Lodi, vicino a Milano. La pressione in Europa salirà, visto che la soia
importata - ormai massicciamente transgenica - sostituirà le farine animali
oggi proibite.
Ma l'obiettivo delle industrie che producono semi
transgenici non è forse quello di vedere sparire la filiera senza Ogm, contando
sugli alti costi di controllo che essa comporta? È probabile che nei prossimi
anni gli agricoltori trovino sempre maggiori difficoltà a procurarsi semi
provenienti da questa filiera. La ricerca mondiale si orienta verso i semi
transgenici, e dunque non è impensabile che le varietà non-Ogm finiscano con
l'essere inadatte all'evoluzione delle tecniche agricole, se non completamente
obsolete.
Si può dunque dubitare della «trasparenza»
mostrata dalla Monsanto.
Il consumatore dipende delle informazioni fornite
dall'impresa. Ogni costruzione genetica è considerata un brevetto e non esiste
alcun obbligo legale, per una società, di fornire il test a laboratori privati
per eseguire analisi di controllo. In Francia, la descrizione di una costruzione
genetica è depositata presso la Dgccrf che è la sola a poter effettuare
analisi. Non essendo però abilitata a farlo a titolo commerciale, non può
essere utilizzata a questo scopo da consumatori o industriali.
Il consumatore dovrà dunque accontentarsi di sapere
che l'industria commercializza i semi solo dopo che questi hanno ricevuto
l'autorizzazione a essere utilizzati per l'alimentazione umana e dopo essersi
impegnata a «rispettare le preoccupazioni d'ordine religioso, culturale ed
etico nel mondo non utilizzando geni provenienti dall'uomo o da animali nei
[suoi] prodotti agricoli destinati all'alimentazione umana o animale». La
recente nomina alla direzione dell'Epa americana di una ex dirigente della
Monsanto, Linda Fischer, fa pensare che non solo la nuova Monsanto non è fuori
legge, ma mira a fare la legge.
note:
1) Leggere Jean-Pierre Berlan e Richard C. Lewontin,
Le Monde, dicembre 1998.
(2) Il rischio di disseminazione incontrollata è
stato uno dei motivi invocati da Josè Bové e da altri due contadini per
giustificare la distruzione di piante di riso transgenico nelle serre del Centro
di
cooperazione internazionale e ricerca agronomica per lo sviluppo (Cirad),
avvenuta a Montpellier nel 1999.
(4) Cifre citate da Caroline Cox, «Glyphosate»,
Journal of Pesticide Reform, autunno 1998, vol. 18, n° 3, pubblicato dalla
Northwest Coalition for Alternatives to Pesticides.
(5) Leggere a questo proposito il lavoro di Mohammed
Larbi Bouguerra, La Pollution invisible, Puf, Parigi, 1997.
(6) http://www.carbonoffset.org.
Da visitare:
Elenco delle aziende che vendono
prodotti OGM e quelle che NON li vendono:
http://www.e-medicinanaturale.com/alimentazione/ogm.htm